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Rita Vecchi, “Levità quotidiane”

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Levità quotidiane
Rita Vecchi, poesie

“Levità quotidiane”, componimento poetico di Rita Vecchi, che qui propongo ai lettori, è una raccolta densa, fitta di versi dalle movenze alte, sentite, mondane. La mondanità qui è di accezione nobile, la vita, lo scorrere, il quotidiano. Una donna o un uomo, cosa cambia? Muta la cultura, l’educazione, il progetto, la finalità. Ma l’essere è identico. Identico. Declinare al femminile il mondo? Prego i più di mutare disposizione, basta cesure, distinzioni. Viviamo. Il genere esiste, ma la vita è uguale; stessa sofferenza, medesime le angosce, i misteri, le domande. Nelle donne è peggio, sì. L’esistenza grava su loro. Uomo cacciatore, donna tutto il resto, a cominciare dalla fatica del quotidiano, affetti, famiglia, figli. Che gravame, che fatica. Lacrime facili? Dovrebbero non far altro che piangere. Da qui la levità, la forza d’animo di questa ricerca, la persistenza. Da qui.
Rita è fortunata. È un poeta. Non ci crede, fugge questo peso ulteriore. Lo è, poeta. Scrive di getto, seguendo il ritmo del suo respirare, incasellando emozioni profonde, meditate. Un rimuginare sereno, erbivoro, mangiando vita.
Un pascolo, una montagna, ricordi. Il pasto. E dolore.
Avere cinque stomaci per digerire l’erba della vita. Le sue figure, nonostante il ruminio, mentale e fisico, sono iperboli, ellissi, metafore. Un linguaggio colorito di esplosioni silenti, sussurri, scale di grigi, scintillanti d’iride, arcobaleni.
È un prisma, questa raccolta, un caleidoscopio emozionante, sfavillante di quella vita intima e collettiva che testimonia la nostra esistenza; un’empatia spontanea, avvertita immediata, come di un poeta, un poeta che sa.

Rocco Cento 

Claudio Barna: Come a una festa di compleanno

Claudio Barna

Tempo fa ho ricevuto il manoscritto di Claudio Barna “Come a una festa di compleanno”, una raccolta poetica di prossima pubblicazione.
Leggendolo, sfogliandolo con la solita curiosità che riservo a questo caro amico, sapevo di ritrovare una scrittura, un versificare a me familiare. Io e Claudio ci conosciamo da molti e molti anni, ancora ragazzi, benché io di quattro anni più vecchio di lui.
Una trentina di anni fa, con l’incoscienza propria della gioventù che andava sfiorendo, ci siamo cimentati nella impossibile traduzione di Publio Optaziano Porfirio, poeta e senatore romano (morto a Roma tra il 333/337), un mostro gigantesco della II Sofistica, un poeta di calligrammi. Nostro banco di prova il suo “Panegyricus” incentrato sulla figura dell’imperatore Costantino. Optaziano Porfirio scriveva “versus intexti”, versi intrecciati, con una particolare tecnica che gli consentiva di scrivere carmi figurati, cioè dei componimenti, con versi anche palindromi, entro i quali era possibile leggere, come nel carme VIII, il monogramma di Cristo, composto da due grandi lettere incrociate, il “chi” (χ) e il “rho” (ρ) dell’alfabeto greco, sintetizzando in questo modo la parola Kristhos (Χριστός), il Messia.

Ricordo quest’esperienza solo per dire che leggendo Barna si entra nel mondo classico, delle lettere classiche, dei miti e delle figure mitologiche di cui queste leggende sono composte. Le sue prime opere trasudavano classicismo, i versi erano endecasillabi con accenti regolari, precisi, arsi e tesi, senza scampo.
Negli anni la poesia di Claudio si è “ammorbidita”, modernizzata, giungendo a componimenti civili, dalle odi, agli epigrammi, agli aforismi.
Esempio di questo augurale e felice rivolgimento è quest’ultima raccolta, che qui tento di presentare, nell’attesa della sua pubblicazione.

“Come a una festa di compleanno” è una raccolta di versi che l’autore ha voluto dividere i tre parti:
Gli epigrammi del quotidiano;
I canti degli affetti degli amici;
Poemetto alla luna.
Un “Proemio” (titolo scelto da me), dopo attenta analisi, precede il “Poemetto alla luna”. Se fossi sicuro di non ingenerare confusione, avrei preferito, come avevo fatto in un primo momento, “Antifona”, quale titolo del breve componimento introduttivo di undici versi. Infatti, tale mi appariva, quale una specie di “controcanto” o contrappunto introduttivo. Ma “antifona” non ha ancora raggiunto il significato che io intendevo attribuirle. Da qui, “proemio”, alla maniera classica o seguendo il Tasso, nella sua “Gerusalemme liberata”.
L’opera ultima di Claudio è certamente di grande interesse. Le ragioni di questo sono molteplici, a cominciare, mi sia permesso, dal suo passaggio dalla poesia d’amore a quella civile, occasionale, financo “morale”, etica.
Spero di tutto cuore che questo sia dovuto, oltre che alla maturità poetica da Claudio raggiunta, a una maturità cronologica, chimica, “ormonale”.
L’aver abbandonato la poesia amorosa, lirica è segno di grande emancipazione, è indice e contrassegno di assoluta libertà, senza per questo nulla togliere ai componimenti d’amore sia di Claudio, sia di altri.
Amore è schiavitù, legame, tormento. Come non ricordare il sereno giudizio di un Aristofane nel Simposio di Platone? Interrogato da Socrate sull’Eros, prima ancora di formulare il mito dello “androgino”, Aristofane confessa, avanzato nell’età, la fine dei suoi tormenti amorosi, la sua “atarassia” sessuale.
Che questa disposizione possa negare un convincimento diffuso, l’arte quale sofferenza e tormento? Da Saffo a Ovidio a Dante ai poeti maledetti. Ché tutti si debba scendere negli inferi per salire nell’empireo?
Claudio Barna sembra smentirlo.

Rocco Cento  
Proemio PDF
Poemetto alla luna PDF

Come la primavera

“Come la primavera”

Questa raccolta usciva nel febbraio del 1988, con le cure grafiche di Bruno Wicki e cinque disegni di Alberto Longoni, allora in Emo di Crodo.

Bruno Wicki, grafico svizzero di altissima qualità e perizia, era molto amico di Alberto Longoni. A lui devo la “curatela” dell’edizione che purtroppo ho recuperato sono oggi, 4 ottobre 2020, grazie all’amico carissimo Vincenzo Ferraro di Domodossola.
Di questa raccolta, che non disconosco, rileggendola, avevo perso le tracce; di neppure più una copia disponevo.
I testi risalgono al periodo dei miei studi universitari, umanistici e classici, precedenti il mio quarto di secolo.
La sfida che mi riproponevo era la rivisitazione dell’esametro (dattilico) latino, insieme alla contemplazione dell’utilizzo della mitologia classica in chiave moderna.
Prima di me, altri ben, di altrimenti spessori, si erano cimentati, da Carducci (un settenario più un novenario o un ottonario; di un senario più un novenario; di un quinario più un novenario oppure un decasillabo) a Pascoli.
Lo stesso medioevo praticava l’esametro volgare, composto di versi, dove l’ultima sillaba del secondo e la prima del terzo piede rimano con il sesto (esametro leonino).
Tuttavia, il passaggio dal verso qualitativo (sia esso greco o latino) a quello quantitativo, proprio della poesia volgare, è impresa ardua.
Vi sono, nelle letterature europee, discreti esempi, in Germania con il Voss, Shiller, Goethe, Hölderlin. In Inghilterra, anche se con minor convinzione ed efficacia, Longfellow, Kingsley, Browning.
Tra i primi, in Italia, Leonardo Dati (Firenze, 1408 – Roma, 1472), poeta latino che nel 1441, partecipando a una sorta di “concorso letterario” ideato in quell’anno, con il patrocinio Piero di Cosimo de’ Medici detto il Gottoso (Firenze, 14 giugno 1416 – Firenze, 2 dicembre 1469), da Leon Battista Alberti (Genova, 14 febbraio 1404 – Roma, 25 aprile 1472).

Il concorso aveva nome “Certame coronario”, una gara in lingua volgare ideata da L. B. Alberti, nell’intenzione di dimostrare che il volgare avesse eguale dignità letteraria del latino, anche nella trattazione di elementi aulici. Argomento del “certame”, il “De amicitia” o “La vera amicizia”.

La gara, svolta il 22 ottobre 1441, in Santa Maria del Fiore si concludeva senza che il premio fosse assegnato.

Sulla scorta di una tale tradizione, ne “Come la primavera” mi sono voluto cimentare, accettando una sfida che sentivo mia.
Inutile aggiungere, benché non mi sia sottratto a una tale prova, che l’esametro, nella poesia volgare, di fatto si riduce a una sommatoria di versi più brevi, come si è visto; nondimeno, non senza un certo fascino e nella prospettiva di “aprire” la poesia moderna a componimenti liberi, quali i versi in prosa di Arthur Rimbaud.

Rocco Cento

Poesia XII

Poesia XII, “Bevo il sole dal mio calice”, Domodosssola, 1986.

Questa raccolta contiene poesie scritte prima dei miei vent’anni.

Lette oggi, avrei voglia di disconoscerle. Non posso farlo; anche se più non mi riconosco, sono io, a quell’età imbecille e oscura, ove la ricerca era il dolore, nutrimento, allora per me, dell’arte, della poesia. Ho talmente perseguito quella sofferenza, senza sapere che la vita avrebbe offerto queste ghirlande spontaneamente, senza ricerca, con un’originalità inimmaginabile, terrificante, che oggi come oggi mi fa sentire cretino quel ricordo banale, forzato, disperato.

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