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La palude ossolana e la Luna

Gianfranco ContiniClicca qui per scaricare l’articolo in PDF

La palude ossolana e la Luna
Arrivare in Ossola è sempre una gioia. È bella, una bella valle. È fiorita, esistono iniziative, sfide, sia pubbliche sia private. È ricca di associazioni, di volontariato. Eppure non decolla. Non decolla, non vola. È rustica, nostrana, genuina. Vive di suo, anche se guarda al turismo, vive di suo, di sue iniziative. La Fabbrica a Villadossola, una struttura invidiabile, a Vogogna, a Masera, a Trontano, Montecrestese, Crevoladossola. Così nelle Valli, chi ricche, chi meno. Eppure non decolla, non vola. Perché? Perché è come il Paese, si son persi gli orizzonti, non si conosce il passato, il patrimonio, l’arte, la storia. Gianfranco Contini? Chi era? Forestiero, smarrito. Neppure una lapide, un ricordo nella casa ove nacque. Magari una fondazione a suo nome, contattare la famiglia, dire che ci ricordiamo, che siamo onorati. Non tutti sanno che per suo merito, Domodossola era ambita, non solo per l’ottimo Mike Bongiorno, che spesso la ricordava. D, diceva, D, come Domodossola. Lo diceva lui, non altri, lui primo sugli altri, dacché mi ricordo.
Da Pasolini in su, in giù, molti son passati, famosi, poeti, letterati, venendo per Contini.
La Fondazione Galletti. La Pinacoteca, i reperti ora a Torino. Bene. No. Male. Le grandi famiglie ossolane, chi le ricorda? È come per Gianfranco Contini. Obliate, isolate, lontane. Lontane per forza. Hanno fatto l’Ospedale san Biagio, palazzo Mellerio, Palazzo Silva, La fondazione Galletti. Persino un quartiere terrone, il primo, popoloso, che dovrebbe chiamarsi Michelangelo. Padre Michelangelo. Padre Michetta, per noi monelli della Cappuccina. Non parlo di altro, degli altri comuni, ci vorrebbe ben più spazio, un’impresa non facile. La Resistenza, un museo? Per i 40 giorni, ricordate? Macché, è fare politica. La storia è politica. Cose da pazzi. La politica.
carta d'identità Gianfranco ContiniOra, a distanza di molti anni, rammentando il professor Contini, ricordo molto bene come parlasse di Geo Chavez. Sull’ardua impresa nessuna diminuzione, solo un gran merito. Morto giovanissimo, un dandy ricchissimo, nato peruviano, cresciuto a Paris. Ostriche e caviale, champagne, a colazione, blinis, foie gras, non caffelatte. Non al san Biagio, al Grand Hotel Terminus, in paziente ricovero.

Un gran puttaniere, mi diceva serio e furbo, con gli occhi velati, piccini, mirando lontano. Mi parlava all’orecchio, confidente, senza che ci fosse nessuno. Praticava il pettegolezzo, un’arte, un affabulare l’incanto, le cose di Domo, dell’Ossola. Mi raccomando, assessore, diceva così, ché quella carica avevo, mi raccomando dei quadri, la biblioteca, gli incunaboli, che ricordava uno a uno. Del povero Chavez, nella preghiera di serbarne buon ricordo, come dovere, per lustro anche nostro, non ne parli, assessore, ma è morto sifilitico. Per fonte, non un chiacchiericcio, per fonte Tibaldi, di famiglia amicissimo, venuto pavese, come Contini, divenuto ossolano. C’era solidarietà tra i pavesi, si sentivano spesso. Una solidarietà di accademici prestati alla provincia. Un sifilitico, sa, un giovane Baudelaire decadente, decadente davvero, troppi soldi, vizi, avventure. Eppure, guardi che impresa. Morto per fratture alle gambe, altre fratture non gravi. Una morte inspiegabile, data l’età, il vigore, Paris, gli stravizi dei vent’anni. Lo raccontava Tibaldi, direttor d’ospedale, accedendo agli archivi, confidando alla famiglia Contini i segreti, segreti pavesi, lombardi.
Silvana Mangano, bellissima, arrivava sino a Domo. Una piccola Parigi, si diceva allora, di Domo, dell’Ossola. Il Nona Cia, il Bridge. Popolo e aristocrazia. Insieme, vicini, eppure avversi, in politica.
Un grande comune? Ne parlavo negli anni Ottanta, in Consiglio comunale. Capitale Sion, rispondevano dagli scranni, canzonandomi. Allora, forse con ragione, ma oggi?
Oggi, dove andiamo, altri già volano e noi?
C’erano critici valenti, valenti poeti, storici, cultori raffinati, intelligenze, produzioni. Era una bella intelligenza, un’intelligenza di Valle. “Quelli” i comuni li avrebbero uniti, recuperato i musei, recuperato le donazioni finite altrove, lontano.
Con “quelli” l’Ossola volerebbe, andrebbe sulla Luna.

Rocco Cento

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