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Claudio Barna: Come a una festa di compleanno

Claudio Barna

Tempo fa ho ricevuto il manoscritto di Claudio Barna “Come a una festa di compleanno”, una raccolta poetica di prossima pubblicazione.
Leggendolo, sfogliandolo con la solita curiosità che riservo a questo caro amico, sapevo di ritrovare una scrittura, un versificare a me familiare. Io e Claudio ci conosciamo da molti e molti anni, ancora ragazzi, benché io di quattro anni più vecchio di lui.
Una trentina di anni fa, con l’incoscienza propria della gioventù che andava sfiorendo, ci siamo cimentati nella impossibile traduzione di Publio Optaziano Porfirio, poeta e senatore romano (morto a Roma tra il 333/337), un mostro gigantesco della II Sofistica, un poeta di calligrammi. Nostro banco di prova il suo “Panegyricus” incentrato sulla figura dell’imperatore Costantino. Optaziano Porfirio scriveva “versus intexti”, versi intrecciati, con una particolare tecnica che gli consentiva di scrivere carmi figurati, cioè dei componimenti, con versi anche palindromi, entro i quali era possibile leggere, come nel carme VIII, il monogramma di Cristo, composto da due grandi lettere incrociate, il “chi” (χ) e il “rho” (ρ) dell’alfabeto greco, sintetizzando in questo modo la parola Kristhos (Χριστός), il Messia.

Ricordo quest’esperienza solo per dire che leggendo Barna si entra nel mondo classico, delle lettere classiche, dei miti e delle figure mitologiche di cui queste leggende sono composte. Le sue prime opere trasudavano classicismo, i versi erano endecasillabi con accenti regolari, precisi, arsi e tesi, senza scampo.
Negli anni la poesia di Claudio si è “ammorbidita”, modernizzata, giungendo a componimenti civili, dalle odi, agli epigrammi, agli aforismi.
Esempio di questo augurale e felice rivolgimento è quest’ultima raccolta, che qui tento di presentare, nell’attesa della sua pubblicazione.

“Come a una festa di compleanno” è una raccolta di versi che l’autore ha voluto dividere i tre parti:
Gli epigrammi del quotidiano;
I canti degli affetti degli amici;
Poemetto alla luna.
Un “Proemio” (titolo scelto da me), dopo attenta analisi, precede il “Poemetto alla luna”. Se fossi sicuro di non ingenerare confusione, avrei preferito, come avevo fatto in un primo momento, “Antifona”, quale titolo del breve componimento introduttivo di undici versi. Infatti, tale mi appariva, quale una specie di “controcanto” o contrappunto introduttivo. Ma “antifona” non ha ancora raggiunto il significato che io intendevo attribuirle. Da qui, “proemio”, alla maniera classica o seguendo il Tasso, nella sua “Gerusalemme liberata”.
L’opera ultima di Claudio è certamente di grande interesse. Le ragioni di questo sono molteplici, a cominciare, mi sia permesso, dal suo passaggio dalla poesia d’amore a quella civile, occasionale, financo “morale”, etica.
Spero di tutto cuore che questo sia dovuto, oltre che alla maturità poetica da Claudio raggiunta, a una maturità cronologica, chimica, “ormonale”.
L’aver abbandonato la poesia amorosa, lirica è segno di grande emancipazione, è indice e contrassegno di assoluta libertà, senza per questo nulla togliere ai componimenti d’amore sia di Claudio, sia di altri.
Amore è schiavitù, legame, tormento. Come non ricordare il sereno giudizio di un Aristofane nel Simposio di Platone? Interrogato da Socrate sull’Eros, prima ancora di formulare il mito dello “androgino”, Aristofane confessa, avanzato nell’età, la fine dei suoi tormenti amorosi, la sua “atarassia” sessuale.
Che questa disposizione possa negare un convincimento diffuso, l’arte quale sofferenza e tormento? Da Saffo a Ovidio a Dante ai poeti maledetti. Ché tutti si debba scendere negli inferi per salire nell’empireo?
Claudio Barna sembra smentirlo.

Rocco Cento  
Proemio PDF
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