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Affinità Criminali (anticipazione)

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anticipazione di Affinità Criminali

Di prossima uscita per i tipi Mnamon, qui un’anticipazione del romanzo con le prime quattro pagine, scaricabili dal link sopra riportato. Più sotto la sinopsi relativa. Il romanzo è suddiviso in tre parti, rispettivamente: Oro, Incenso, Mirra.

Il titolo “Affinità Criminali” rimanda immediatamente a “Le affinità elettive” di Johann Wolfgang von Goethe, del 1809, a sua volta derivato dalla “affinità chimica”; un concetto che all’epoca di Goethe descriveva la tendenza degli elementi chimici a legarsi con altre sostanze, creando nuovi composti. Il bellissimo romanzo di Goethe qui è completamente rovesciato, sia nella trama sia nelle finalità, nelle conseguenze.

L’Illuminismo, la fede nella Ragione, nel romanzo di Rocco Cento, sono ribaltati, alterati, nell’affermazione della brutalità dell’essere umano. Dopo la Shoah è difficile scrivere, inoculare speranze. La “verità” del Novecento ha spalancato la porta sul baratro, quella natura bestiale dell’uomo che abbiamo conosciuto a partire da De Sade, incorreggibile libertino, nella decadenza complessiva del radicalismo borghese, fino a Mussolini, Hitler, Stalin, Pol Pot.
Mostri.
Il male. Il male è il seme, l’affinità che qui si tenta di mettere a nudo.
Non aprite questo libro, verrebbe da dire. Non leggetelo. Non offre alcuna speranza, è distopia, inferno.

Forse solo la lingua lo salva, la sua prosa, il groviglio di linguaggi a imitazione del garbuglio umano delle coscienze, dell’io, dell’individualismo sfrenato di questa era oscura.

Invito alla lettura: Il cavolo e la carota

Rispetto ad un testo come “Millenni”, questo Racconto di Rocco Cento ha l’indubbio merito della brevità. Solo questo, però. Dopodiché, come riconosce l’autore stesso: <<Leggere questo testo è un’impresa>>.

E ha perfettamente ragione!  Vuoi per l’elevato grado di sperimentalismo maccheronico, lingua d’invenzione letteraria che può certo disorientare il lettore contemporaneo, vuoi perché “l’elevazione delle movenze e dei costumi del “volgo” cui mira l’autore avviene, in parte, su contenuti non facili da trattare senza scadere nella volgarità. Si aggiunga il ricorso a forme sintattiche poco consuete nonché l’uso di un linguaggio che mescola neologismi (pochi, per la verità, in questo caso) e arcaismi (tantissimi). Ciò obbliga il lettore a procedere piuttosto lentamente e con uno sforzo di attenzione maggiore del solito. Che cosa significa «scapitare»? Qual è l’etimologia del termine «fuia», la fuggevole ladraccia del vicinato? Come deve essere interpretata la locuzione «armato d’anelli di misura», riferito al cugin-cavallo, ecc..

Un testo, un po’ difficile, certo. Ma tanto difficile quanto piacevole ed affascinante, a partire già da quell’incipit dal sapore ossimorico, “Nell’inverno solare del gelo…” (per via dell’aggettivo “solare” associato alla parola inverno), seguito da una serie di arcaismi, come “nequitoso”, “nudrire”, “propinquo”, “dimoiato”, ecc.. 

Superata la fatica della chiarificazione terminologica, ecco disvelarsi, ad ampiamente ripagarla, la bellezza di un Racconto, in cui prevale, come scelta stilistica, la vena ironico-umoristica e il cui intento sembra essere quello di parodiare i modelli “alti”, come le Novelle del Boccaccio, cui il Nostro non sembra avere nulla da invidiare.

Ecco allora l’incontro dei due protagonisti: il padrone-cittadino, vestito di tutto punto, con al seguito il cane signorile, un pastore tedesco allisciato e fiero, e il Tal baccano o Tal cafone, figlio a contadini di contadini arcavoli, intento a issar steccati e armare reti e filo spinato, per difendere i tesori del suo orto da quella ladra ovvero quella fuia fuggevole faina del vicinato, che era uso entrare nell’orticello e fare razzia di cavoli e verze, sebbene non per bisognanza ma per livore, invidia, accidia e sacripanza.

Una descrizione dai tratti espressionistici, dalla quale emergono magistralmente i caratteri dominanti dei due personaggi e le differenze tra loro. S’imprime, in particolare, come una sequenza cinematografica pasoliniana, l’immagine del cane che “raspando di naso umido l’intorno”, dell’orto faceva il suo possedimento, marcando il territorio con “minzioni minime, goccioline e spruzzetti su vettovaglie di verdure, verze primamente, fiori della neve…”.

Ed ecco quindi il passaggio – senza l’apparenza di una vera e propria cesura, laddove pure essa c’è – dalla prima alla seconda parte della narrazione, in cui la ladra è dal cugin-cavallo “castigata”, rimanendone  a tal punto “ancor più instregata” da tornare volentieri a  far razzia nell’orto (per esser nuovamente castigata?).

Notevolissimo il livello di scrittura, in cui, naturalmente, più di ciò che si dice, vale come lo si dice. In questo, Rocco Cento è davvero gran maestro. Mi fermo qui. Altri, non io, sarebbe forse in grado di rintracciare le fonti letterarie e di tradizione popolare del Racconto; altri ancora, di effettuarne una lettura sul piano più propriamente connotativo. Auspicabile, certo, un tale valore aggiunto, ma non indispensabile per godere del piacere della lettura di questo Racconto e apprezzarne la bellezza.

Salvo Iacopino

Charlie Hebdo, l’Occidente e l’Islam

CHARLIE-EBDO
                  LE RETOUR DES ANTI-LUMIERES

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La Francia. Io amo la Francia. È la mia patria, seconda patria, non meno importante della prima, quella che mi ha dato i natali, l’Italia.
Lavoravo, vivevo in Francia. Nell’ultimo periodo, recandomi al lavoro nel deuxième arrondissement, quartiere prestigioso ove aveva sede la Borsa di Parigi, poi dismessa a favore di Euronext, a partire dal 22 settembre 2000, e la Biblioteca nazionale francese; proprio a fianco della Borsa, nel frattempo diventata palazzo espositivo, sede dei più notevoli defilé di moda, insieme a mostre, eventi e molto altro ancora; un gruppo di famiglie “sans-papiers”, irregolari, senza documenti, aveva occupato la sede di un’importante banca che aveva lascito vuoto quel bellissimo palazzo.
Ogni giorno, per quattro volte, passavo dinanzi a quel palazzo monumentale. Viaggiavo in moto, fiero, esaltato dalla mia moto, attraversando quel breve tratto di strada parzialmente occupato da manifestanti e dalla polizia in assetto antisommossa. Sempre così, per mesi e mesi, in pieno inverno, in primavera, fino all’estate. Per nove mesi. Per nove mesi, con acqua, freddo, vento, ingiurie meteorologiche gli schieramenti erano quelli. Sotto il nobile palazzo, impropriamente dal “volgo” chiamato “Hôtel de Ville”, le famiglie, i bambini, sul marciapiede adiacente, sottostante all’hotel, fronteggiavano la police, in assetto antiguerriglia. Stavano là, si scrutavano, fronteggiandosi. Tra la popolazione d’immigrati irregolari e la police, giovani e meno giovani, avvocati, liberi professionisti, giornalisti di sinistra, militanti di associazioni, cattolici, si frapponevano, esibendo scartoffie, in difesa del diritto alla casa, in difesa degli afflitti, dei diseredati.
Io rimanevo attonito, annuvolato. Fantastico, drammatico, laici e praticanti, insieme, per il diritto alla vita, alla casa, al cibo.
Oh, Francia, amatissima patria, patria dei Lumi, dell’intelligenza, della laicità dello stato. Oh Francia, mia amata, patria mia, che onore, che meraviglia averti conosciuto, amato, adorato.
Questo è quella mia patria. Insieme a questo, il contrario, il suo contrario ideologico. Non c’è paese al mondo capace di incarnare così profondamente le differenze ideologiche, le idee rivoluzionarie e controrivoluzionarie, reazionarie. Patria. Idea. Progetto. Volontà. Libertà. Laicità.

Eppure Charlie, Charlemagne, Charlie Hebdo, che leggevo, insieme all’altro prestigioso giornale satirico, “Le Canard enchaîné”, L’anatra incatenata, Charlie, basta, per favore, basta.
Non puoi, non puoi, in virtù dei tuoi sacri principi, non puoi mettere a repentaglio la vita dei tuoi concittadini, confratelli, colleghi, “chers confrères”, cari colleghi. Non puoi. I principi, le leggi vanno accordate, usando il “la” del diapason, quel “la” del tempo, dell’epoca, del mondo. Non è un’arresa, è vittoria, intelligenza, mia Francia amata.
Il diritto alla satira, alla libertà di espressione non può mettere a repentaglio la vita degli uomini, anche di un solo uomo, se questo è ignaro, “innocente”, inconsapevole. Se l’Islam non ammette la satira a Maometto, bisogna accertarlo, è una verità di fede, è sacra, va rispettata. Rispettare non significa sottostare, abdicare, rispettare è intelligenza, lungimiranza. La storia procede, inevitabile, spiana le montagne, anche quelle ritenute invalicabili.
La laicità, nata in opposizione al Cristianesimo in anni ove solo il Cristianesimo era rappresentato in Occidente quale potere di oppressione, violenza, sopraffazione, ora è accostato da altre religioni, compreso l’Islam. L’Islam è teocratico, fede e stato sono identici. Non c’è legge senza Allah, secondo loro.
È fede, verità di fede. Va rispettata. Altrimenti altri attentati, altre stragi, altri Bataclan, altri accoltellamenti, come quelli recenti.
Eludere ciò è radicalismo, estremismo, esattamente come i radicali islamisti, i terroristi che uccidono alla cieca.
Charlemagne, Charlie Hebdo, sono sicuro che nel mondo attuale gli stessi maestri del pensiero quali Voltaire, Diderot, lo sconfinato Diderot de “Il nipote di Rameau”, D’Alambert, Montesquieu, l’immenso de Montaigne, non ultimo Pascal, Descartes, Sartre compreso, attualizzerebbero il loro pensiero, adeguandolo ai tempi, relativizzando il laicismo, che in fin dei conti appartiene solo ed esclusivamente al mondo occidentale.
La vita di un solo uomo vale più di tutte le ideologie del mondo.

Rocco Cento

Invito alla lettura: “Vietato morire” di Rocco Cento

Sabato 26 settembre, presso lo Spazio Contemporaneo della SOMS di Domodossola, con Giuseppe Possa, Giorgio Quaglia e Gilberto Salvi di Mnamon Editore, abbiamo presentato il libro di Rocco Cento, “VIETATO MORIRE” (Manamon edizioni, 2020).

Un libro a tratti irriverente, a volte ironico e leggero, più spesso profondo e complesso. Un libro, direi, non propriamente facile, vuoi per la complessità dei riferimenti “colti”, vuoi per la forma della scrittura, vuoi per la forte stratificazione semantica che caratterizza il testo.

Da sinistra: Giuseppe Possa, Rocco Cento, Salvo Iacopino, Giorgio Quaglia

Notevole la capacità dell’autore di evocare immagini, di “far vedere” le cose. Rocco Cento non “racconta” le cose: lui “mostra” le cose: come un pittore, realizza quadri, fa vedere con le parole.

Durante la lettura, ciò che più affascina è l’impressione di avere a che fare non con uno statico pensiero “pensato” bensì direttamente con il pensiero pensante: un pensiero, che diviene nell’atto stesso in cui si legge.  Tale impressione è amplificata dall’uso personalissimo dei segni di interpunzione: penso alla frequente omissione del punto interrogativo, ma soprattutto all’abbondanza del punto fermo, che spezza la frase, isola la parola, dandole rilevo; un uso, che pare rispondere anche ad esigenze di pausazione, di ritmo.

Copertina Vietato Morire
Copertina Vietato Morire

Un libro, che sembra sfuggire ad una facile classificazione. Racconto, testo poetico, saggio, romanzo?

Di sicuro, c’è la struttura narrativa, la storia, con al centro la figura di Miro [Palmiro] Martinelli, il professore. Una struttura narrativa, che, suddivisa in brevi capitoletti, si dipana ad un ritmo incalzante e in maniera tutt’altro che lineare.

Ma al di là della narrazione, la prima cosa che colpisce sono gli innumerevoli riferimenti “colti”: storici, filosofici, politici, ma soprattutto mitologici (Dedalo, Prometeo, l’evirazione di Urano da parte di Chronos, ecc.) e biblici (dal Libro della Genesi a quello dell’Apocalisse, passando per Salomone, Sodoma e Gomorra,, il Cantico dei Cantici, ecc.). Numerosi e suggestivi riferimenti, che ne fanno un libro molto interessante, da leggere quasi come fosse un Saggio.

Un altro aspetto di questo libro, che balza subito all’occhio, sono le molte caratteristiche tipiche del testo poetico. Non soltanto per l’impostazione lirica e una certa “atmosfera” poetica di molte parti, ma, direi, anche per l’aspetto formale (si vedano le numerose figure retoriche, climax, metafore, sinestesie, ossimori, ecc.; per non dire della presenza di alcune poesie e di molti testi, che sono senza dubbio delle vere e proprie poesie in prosa).

Così, in definitiva, per questo libro si potrebbe parlare quasi di un Saggio filosofico e un Testo poetico, cuciti insieme nella forma del Romanzo.

Rocco Cento

Ma come definire il libro dal punto di vista del contenuto? Qual è il tema centrale? Evidentemente, al di là della storia e del suo protagonista principale (Miro Martinelli), il vero protagonista del libro è Thanatos, la morte. Si tratta innanzitutto di un libro sulla morte, su questo non c’è dubbio.

Ma non soltanto della morte in terza persona (“Vietato morire” per un libro in cui tutti muoiono): c’è la morte in prima persona, quella che, prima di  trionfare vittoriosa in pagine di altissima letteratura, fa “capolino” nel corso del libro, andando incontro ai vari personaggi storici. Una morte vestita da soldato romano, da Centurione, che si presenta al cospetto di Archimede, di Giuda Iscariota, di Giovanni del Libro dell’Apocalisse, di Cicerone, di Bruto e Cassio, gli assassini di Cesare, di Marco Antonio, ecc.

Naturalmente, nel libro di Rocco Cento c’è questo e molto altro

C’è l’amore per Arielle e la profonda amicizia per Alcide. La scuola, i rapporti tra compagni, la maestra Tonelli, il Preside, gli alunni… (molto belle le pagine della lezione scolastica al Sacro Monte Calvario). C’è la gioventù, la politica, i comunisti, la rivoluzione non violenta; il rapporto del protagonista con la preghiera, ma anche lo spiritismo.

C’è la Calabria di don Saverio, il dialetto e il paesaggio meridionale. Parigi e la vita nella periferia parigina. La Città di Domo e le sue mura, il pentagono, il Togn e la Cia e il Vescovo-conte Uguccione dei Borromei. La Domodossola contemporanea, con il cinema Catena, il quartiere della Cappuccina, l’Ospedale, ecc. E c’è, naturalmente, il Sindaco e l’Ordinanza, con la quale si fa divieto di morire nel territorio comunale.

Un libro, certo, da leggere, ma anche da rileggere con piacere.

Salvo Iacopino

Salvo Iacopino

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